Resoconto Convegno Enteprise 2.0 – Milano

web2map Voglio oggi esprimere un mio giudizio sul convegno organizzato da NextValue sull’Enterprise 2.0 al quale sono riuscito a partecipare (sebbene solo in parte poiché mi sono perso i lavori del mattino!).  Allora iniziamo col dire che il nome del convegno era “Enterprise 2.0, L’impresa crea valore con la business collaboration” e proprio di questo titolo mi avevano intrigato due aspetti ossia quello dell’Enterprise 2.0 e quello della “Business Collaboration”. Devo dire però che, sebbene alcuni aspetti mi hanno interessato ed è stata un’ottima occasione per conoscere e discutere alcuni interessanti casi aziendali, in parte sono rimasto deluso dalla  visione del mondo 2.0 qui presentata. Ma andiamo più nello specifico e vediamo meglio come si è svolto l’incontro.Allora, come vi dicevo nella seconda parte dell’incontro, dopo un parte più teorica che si è svolta durante la mattinata, si è voluto dar voce ad alcune figure professionali che hanno vissuto o hanno sperimentato in prima persona il fenomeno  del 2.0 all’interno della loro azienda. I casi presentati sono stati in tutto sei. Ne presenterò solo alcuni con la promessa di approfondirne meglio altri prossimamente.  Il caso che forse merita più attenzione è quello presentato da Nicola Zago, Web Project Manager di Lago, una piccola grande realtà veneta operante nel settore del mobile.  Piccola perché si tratta di una PMI di 130 dipendenti circa, grande per la loro capacità di pensare in grande. L’azienda si è dimostrata molto sensibile nei confronti delle tematiche del 2.0. Lago non si è limitata a creare un sito vetrina per la propria azienda ma si è spinta decisamente oltre e per questo è costantemente premiata dal mercato. Diversi ed eterogenei fra loro gli strumenti che hanno utilizzato: dal blog alla community aziendale alle strategie per meglio posizionarsi sui motori di ricerca. Strategia che come ho detto in precedenza ha premiato l’azienda; basti pensare per esempio al loro posizionamento su google: l’azienda compare infatti al primo posto nelle ricerche su google nonostante la parola “lago” non sia proprio una delle meno usate del vocabolario della lingua italiana. Un secondo caso che vorrei presentare è invece quello di BTicino, un caso ormai che fa storia nell’ambito dell’Enterprise 2.0 italiano. BTicino, azienda italiana leader nella produzione di apparecchiature elettroniche, ha utilizzato il 2.0 per aumentare la comunicazione all’interno della propria forza di vendita, avvicinare i consumers al business, creare  un senso di community e di appartenenza all’interno dell’azienda. Per fare ciò si e’ ricorso all’ausilio di diversi strumenti: dalle schede di presentazione dei dipendenti ai forum tecnici dove la forza vendita può postare problemi e proporli alla community, dal blog dell’amministratore delegato ai quick polls passando poi per una vera e propria guida sui ristoranti e sugli hotel consigliati creata direttamente e in modo collaborativo dalla sales force stessa (che come si sa e’ sempre in giro per l’Italia).

Fino a qui i casi presentati mi hanno incuriosito e interessato. Non mi è piaciuta la parte conclusiva del convegno dove Michele Cimino, presidente di Adico, ha voluto sottolineare e sostenere la tesi secondo la quale il 2.0 non deve essere altro che uno strumento ad uso e consumo dell’area commerciale/marketing delle aziende le quali devono usare il 2.0 per aumentare il numero di vendite e portare a casa quindi un risultato tangibile immediato. Sarà  forse che apparteniamo a generazione completamente diverse (40 anni di differenza??) ma il senso del 2.0 mi sembra proprio l’opposto. Il 2.0 nasce fine a sé stesso, nasce dalla volontà delle persone di condividere, di partecipare, di collaborare. Da questo poi può nascere una esternalità positiva che può coinvolgere tutti (aziende comprese) ma concepire il 2.0 come uno strumento per massimizzare il numero delle vendite mi sembra una visione molto limitata e limitante allo stesso tempo. Pensiamo a facebook o alla quasi totalità delle applicazioni 2.0. Queste solo in un secondo momento sono diventate in alcuni casi fonti di reddito; di certo lo spirito che le ha generate non era comunque quello di massimizzare le vendite o produrre profitto. Quello che più mi ha colpito è il fatto che diverse persone si sono dimostrate d’accordo con questa visione a mio giudizio errata del 2.0. Come al solito mi sembra di capire che manchi cultura circa questi argomenti. Anzi, a dire il vero mi sembra che ci sia più cultura di 2.0 fra gli end users piuttosto che fra la classe dirigente italiana. Questo è un vero peccato. Alle aziende che approcciano al tema del 2.0 con una visione così limitata, personalmente mi sentirei di dire di lasciar perdere; se non si crede realmente nei principi di queste filosofie, se non le si capisce veramente, se lo si fa solo per moda, si rischia di creare solo una costosa versione 2.0 di un sito vetrina.

PS. Una buona notizia. A margine del convegno ho avuto l’occasione di conoscere Dimitri Borellini, ideatore e responsabile del progetto moolidoo una startup 2.0 in fase di avviamento e che sarà live fra poche settimane. Abbiamo parlato del progetto e lo ho trovato veramente interessante e innovativo. Prossimamente gli dedicherò quindi un post.

PS 2 Ancora un’ultima nota polemica … il 2.0 e’ condivisione, e’ sharing, è collaborazione (titolo del convegno ” creare valore con la business collaboration”); perché creare un’indagine sul 2.0 e distribuirla alla fine del convegno solo a chi ha partecipato al convegno? Non la si poteva postare online e metterla a disposizione di tutti? Ai miei occhi questa cosa appare come un’evidente contraddizione!

Una Risposta

  1. Voglio vedere quanta strada farà chi segue la visione di Cimino…
    :-)

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