R&S nelle PMI: il modello 2.0

generic_scientist_blueTraendo spunto dal libro di Don Tapscott Wikinomics 2.0, vorrei parlare di come possiamo ripensare al concetto di ricerca e sviluppo alla luce del fenomeno 2.0. Gli argomenti di Tapscott sono che, grazie alla collaborazione di massa offerta dalla vastità delle reti sociali, l’azienda che apre se stessa (e soprattutto il suo laboratorio di R&S) alla massa collaborativa, non può che trarne vantaggio. In effetti i risultati sono plurimi ma l’effetto più immediato deriva dal fatto che la rete, nel suo processo di continua espansione, non fa altro che imbrigliare l’infinita conoscenza sparsa nel globo. La sfida consiste proprio nel saper sfruttare questa conoscenza in modo puntuale. Il vantaggio deriva dal fatto di avere a disposizione un laboratorio di R&S tendenzialmente illimitato dal punto di vista del capitale umano e, allo stesso tempo, consente di ridurre sensibilmente i costi in quanto nella pratica si può anche non disporre di un vero e proprio laboratorio dal punto di vista fisico. Un esempio di tale logica ci viene offerto da Procter&Gamble, multinazionale americana e una delle prime a fare proprio il modello del crowdsourcing. L’azienda, conscia di avere un patrimonio di proprietà intellettuale non utilizzato e quindi non monetizzato, decide di pubblicare alla fine degli anni novanta questo patrimonio inutilizzato sul portale yet2.com (www.yet2.com). Oggi, grazie all’apertura, l’azienda considera i marketplace esterni per la cessione delle tecnologie una delle colonne portanti della propria strategia di innovazione. I benefici infatti per P&G sono stati duplici, da un lato e’ riuscita a monetizzare gran parte della proprietà intellettuale non utilizzata, dall’altra tantissime altre persone hanno avuto la possibilità di diventare fornitori di R&S per l’azienda senza nemmeno essere dipendenti della azienda. Questo ha contribuito ad espandere sensibilmente l’universo delle opportunità alle quali l’azienda ha potuto attingere. Giusto per avere una idea di questi siti potete visitare il già citato www.yet2.com , www.innocentive.com oppure www.odesk.com … solo per nominarne alcuni.

Fino a qui però abbiamo parlato di grande impresa; vediamo come questo modello potrebbe essere applicato alla PMI. Parlo di PMI perché questa costituisce circa il 90% del tessuto imprenditoriale italiano, mi sembra quindi giusto spostare il focus della discussione su questa realtà che, sebbene a volte sbagliando la si ritenga meno importante della grande corporation, di fatto ha costituito un modello di eccellenza per l’Italia studiato in tutto il mondo. Mi vengono in mente i distretti industriali ad esempio. Lo scopo è quello di capire come il modello 2.0 possa essere adottato dalla PMI. In questo articolo ci occupiamo di R&S ma questo non sarà l’unico ambito che cercherò di approfondire (altri ambiti saranno discussi nei prossimi articoli e riguarderanno ad esempio la comunicazione all’interno della PMI oppure le logiche di marketing). Veniamo dunque al tema della ricerca nelle PMI. Un dato qualificante di questa tipologia di imprese è sicuramente dato dal fatto che i budget sono limitati. Un budget limitato infatti implica una spesa per R&S limitata, anzi, in caso di crisi è proprio questa che viene tagliata per prima. Nell’affrontare il problema distinguerei due tipologie di ricerca. Una orientata a innovazioni radicali e che quindi comporta ingenti esborsi monetari su periodi di medio lungo termine; e una ricerca di più breve periodo legata più al miglioramento del prodotto esistente che a cambiamenti radicali.  Semplificando potremmo distinguere fra ricerca di base nel primo caso e ricerca applicata nel secondo.

Partiamo dall’analisi della ricerca applicata che mi sembra il caso più semplice da affrontare. Fare ricerca applicata per una PMI significa andare a esplicitare alcune conoscenze tacite andandole ad incorporare in piccoli miglioramenti pratici del prodotto o del servizio che l’azienda offre. In questo caso come può il modello 2.0 aiutare la nostra PMI?  Semplicemente ci si può rifare al modello proposto da Tapscott. Le aziende possono sfruttare l’intelligenza distribuita e, attraverso le regole del crowdsourcing, accedere al più grande laboratorio del mondo; quello offerto da Internet appunto. Abbiamo già parlato di alcuni siti come yet2.com che offrono servizi del genere. Su questi portali le aziende di piccole medie dimensioni potrebbero postare i loro problemi e aspettare che vengano risolte dalla massa. Allo stesso modo, le aziende di più grandi dimensioni, potrebbero mettere in vendita i brevetti o le soluzioni nate all’interno dei loro laboratori ma che per ragioni di varia natura non vedranno mai la luce. E’ stato infatti calcolato che solo una piccolissima percentuale dei brevetti messi a punto dalle grandi realtà industriali viene realmente sfruttato (circa l’80-90% dei brevetti industriali prodotti dalle grandi imprese non è infatti sfruttato).

Diverso invece è il panorama che si prospetta per la ricerca di medio e lungo periodo, ossia quella ricerca che viene fatta non per scopi pratici e immediati ma piuttosto orientata a miglioramenti nel lungo periodo. Qui la soluzione a mio avviso andrebbe ricercata nella creazione di strutture comuni dedite alla ricerca di base. Modulando un po’ da quanto e’ accaduto per il caso genoma umano dove, grazie al repository GenBank (n.d.r  il database di dati genetici pubblico più grande del mondo), una miriade di imprese pubbliche e private hanno contribuito al sequenziamento del genoma umano. Quali sono stati i vantaggi di una siffatta iniziativa? Be, semplicemente, GenBank fornisce e fornirà un’infrastruttura di dati scientifici liberamente disponibili a milioni di ricercatori biomedici e fornirà quindi la base per lo sviluppo di nuove innovazioni. Allo stesso modo distretti di PMI interessate ad argomenti comuni (sebbene a volte in concorrenza tra di loro) potrebbero condividere best-practices e know-how comune all’interno di strutture dedicate allo scopo di creare un repository comune di conoscenze e processi di settore tali da stimolare lo sviluppo di innovazioni e addirittura nuovi settori. Ad esempio penso al distretto italiano del mobile. Un centro di ricerca dedicato agli studi del settore potrebbe adottare una logica 2.0 aprendo le piccole imprese alla cultura della partecipazione e dello scambio di idee. Il centro fungerebbe da accentratore e sviluppatore di idee per le piccole aziende che aderiscono (l’unione fa la forza!). Sebbene questo modello possa sembrare assai pericoloso, sono in molti a sostenere che i benefici derivanti nel medio lungo termine sarebbero assai maggiori rispetto ai rischi.

Infine vorrei fare un accenno alle critiche, sollevate da alcuni, circa un modello industriale cosi organizzato. Molti hanno accennato al rischio di un nuovo schiavismo digitale, modellato su una cultura della globalizzazione basata sullo sfruttamento di manodopera a bassi costi. Il problema esiste ed è proposto anche da un interessante articolo di Gianluca Dettori sul Sole 24 ore (Vedi Link http://gianlucadettori.nova100.ilsole24ore.com/2008/08/dal-crowdsourci.html) nel quale si profetizza una sorta di Matrix dove l’ampia disponibilità di persone forza inesorabilmente il mercato verso un generale abbassamento dei costi della manodopera. Personalmente credo che, sebbene questi temi richiedano una certa attenzione (specie in alcuni settori), ridurre il fenomeno del crowdsourcing ad un rischio per la società mi sembra alquanto pericoloso. Piuttosto bisognerebbe cercare di valorizzare gli aspetti positivi connaturati al fenomeno senza ovviamente dimenticarsi dei problemi che, come qualsiasi fenomeno, anche questo può generare. Per la prima volta la tecnologia rende disponibile all’uomo la possibilità di collaborare sul larga scala; non sfruttare una tale possibilità mi sembrerebbe un modo sbagliato per affrontare le sfide che ci vengono poste dal futuro. Le PMI italiane dovrebbero cercare di aprirsi e afferrare questi processi prima degli altri in modo da assicurarsi in tempo uno spesso vantaggio competitivo.

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